“Qualcosa da sperare,
per quanto lontanissimo
è capitale contro la disperazione —

“qualcosa da soffrire,
per quanto acutissimo,
si sopporta, se ha conclusione.”

— Emily Dickinson

 

PROMUOVERE LA SPERANZA VUOL DIRE PROMUOVERE LA GUARIGIONE

La proposta di questa iniziativa è stata finora accolta e sostenuta con molta convinzione dalla maggioranza delle persone che hanno attraversato l’esperienza drammatica e duratura della psicosi nella posizione di familiare.

La poesia di Emily Dickinson rappresenta una sintesi straordinaria delle motivazioni di questo sostegno.

La disperazione è un compagno di viaggio abituale durante il percorso che inizia, spesso, molto prima di una diagnosi come quella di schizofrenia.

C’è chi sostiene che una diagnosi di questo tipo andrebbe sempre evitata.

Soprattutto per evitare di alimentare, con un sigillo tecnico, la disperazione ed il pessimismo in situazioni in cui questi sentimenti sono già molto intensi e molto vivi.

LE RICERCHE CONFERMANO:
LA GUARIGIONE NON È L’ECCEZIONE

Le ricerche sull’evoluzione a lungo termine delle esperienze psicotiche gravi offrono dati che non autorizzano ad essere pessimisti. I primi dati importanti, in questa prospettiva, sono stati pubblicati da Luc Ciompi, all’inizio degli anni ’70, ed erano basati sul riesame — 35 anni dopo — delle storie personali dei pazienti ricoverati in alcuni ospedali psichiatrici svizzeri.

Senza entrare nel dettaglio delle diverse definizioni di guarigione, i dati attualmente disponibili ci indicano che i tassi di guarigione a lungo termine delle esperienze schizofreniche sono superiori al 40% e che tale evoluzione favorevole non è l’eccezione, non è un evento straordinario che merita di essere raccontata in un libro.

Un’altra cosa importante che ci dicono le ricerche è che le aspettative favorevoli di tutti i soggetti coinvolti (professionisti, familiari, utenti) sono il più importante elemento predittivo di un’evoluzione favorevole futura.

LE STORIE DI GUARIGIONE:
TESTIMONIANZE CHE HANNO IL POTERE DI CAMBIARE L’OPINIONE PUBBLICA

Questi dati sono poco conosciuti e forse poco creduti, quando li si conosce. Abbiamo tutti bisogno che questi dati si materializzino in persone, in storie, in testimonianze credibili.

Una delle prime storie di guarigione ad essere pubblicata in italiano, quella di Ken Steele,  presenta un percorso iniziato a 14 anni e proseguito fino a 46 anni di età, che rende evidente quello di cui molti familiari rimangono convinti: che la psicosi sia un’esperienza reversibile, transitoria.

Molti di loro — nonostante il peso degli anni che passano, troppo lentamente — condividono una delle indicazioni che vengono da questa testimonianza: che una “parte sana” continua ad esserci, che non è solo un loro ricordo, e che la resistenza della “parte sana” di fronte agli attacchi della “parte malata” va sostenuta sempre, anche quando non sembra più dare alcun segno apparente di sé.

Il concorso si propone di offrire alle persone con esperienze positive analoghe di presentarle e diffonderle, per contribuire a dare speranza — in Italia — a coloro che attraversano esperienze simili, alle loro famiglie, ma anche agli operatori della salute mentale.

IL CONTRIBUTO DEI FAMILIARI E DEGLI AMICI

A chiunque abbia vissuto, o conosca, esperienze di questo tipo, ad evoluzione favorevole, chiediamo di partecipare alla diffusione di esse.  Come?

  • Invitando il proprio familiare, od amico, a raccontarla, anche sinteticamente. Se lo avesse già fatto in passato, invitandolo a riprendere quanto aveva già scritto, per rielaborarlo e svilupparlo ulteriormente.
  • Sostenendone lo sforzo, se avanzasse dubbi o perplessità.
  • Proponendogli di essere aiutato nella stesura o nella revisione del testo da parte di un esperto di autobiografie.
  • Facilitando l’invio della sua testimonianza a questo Concorso.